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Aprile 2026
Questo album è più blues e più rock: più pesante, più energico.
"CONTRASTO"
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Contrasto 100%
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Sulla strada... 100%
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È un'altra ragione... 100%
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Scarabeo 100%
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Perché sono solo? 100%
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Universo! (Blues Versione Notturna) 100%
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La felicità fa paura! 45%
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NZEMI 10%
CONTRASTO è un album blues-rock più pesante e più energico, come un cielo che non diventa buio, ma cambia tono all’improvviso. Come un cielo splendente che resta nella stessa luce eppure si oscura, perché un silenzio invisibile se ne impossessa. Sono canzoni come scene che non urlano, ma restano: luce d’estate sulla pelle salata, risate di bambini vicino all’acqua, bicchieri che brillano al sole. E poi, senza avviso, all’orizzonte appare il ferro nel blu. Nessun grido. Solo un silenzio che sposta tutto. La vicinanza diventa protezione. Lo sguardo impara a non tornare indietro. Questo album racconta il lento inclinarsi del mondo, le cose che rimangono quando qualcuno sparisce, e le parole che diventano azioni nel momento in cui le posi. Racconta una libertà che può costare solitudine, un dubbio che non si spezza ma sostiene, e una felicità che fa paura perché senti quanto la ami. E, sempre, l’amore: non come spettacolo, ma come brace che resiste. Alla fine il mare resta lo stesso. Ma dentro di noi qualcosa si è spostato.
CONTRASTO ist ein schwereres und energischeres Blues-Rock-Album, wie ein Himmel, der nicht dunkel wird, sondern plötzlich den Ton ändert. Wie ein strahlender Himmel, der im selben Licht bleibt und dennoch verdunkelt, weil das unsichtbare Schweigen ihn in Besitz nimmt. Es sind Lieder wie Szenen, die nicht schreien, aber bleiben: Sommerlicht auf salziger Haut, Kinderlachen am Wasser, Gläser im Sonnenfunkeln. Und dann, ohne Vorwarnung, steht am Horizont Eisen im Blau. Kein Aufschrei. Nur eine Stille, die alles verschiebt. Nähe wird Schutz. Der Blick lernt, nicht mehr zurückzukönnen. Dieses Album erzählt vom leisen Kippen der Welt, von Dingen, die zurückbleiben, wenn Menschen verschwinden, und von Worten, die zu Taten werden, sobald man sie gelegt hat. Es erzählt von Freiheit, die Einsamkeit kosten kann, von Zweifel, der nicht zerbricht, sondern trägt, und von einem Glück, das Angst macht, weil man spürt, wie viel man daran liebt. Und immer wieder von Liebe: nicht als Bühne, sondern als Glut, die hält.
Contrasto
Comincia come un normale giorno d’estate: luce calda, pelle salata, risate nell’aria. I bambini corrono vicino all’acqua, i bicchieri brillano, tutto sembra leggero. La pace pare scontata. Poi alzi lo sguardo verso l’orizzonte. Navi da guerra. Linee scure e silenziose nel blu. Si muovono appena, eppure cambiano tutto. I genitori chiamano i figli più vicini. Le mani cercano altre mani. I telefoni si alzano, come per fermare ciò che non si vuole capire. Nessuno urla. Proprio per questo pesa: quel silenzio che schiaccia, che scende sul posto. CONTRASTO è l’istante in cui gioia e pace restano, ma non sono più innocenti. Una canzone sul mondo che cambia tono senza rumore, sulla vicinanza che diventa protezione, e su uno sguardo che non torna indietro. Il mare è lo stesso. Ma dentro di noi qualcosa si sposta.
Es beginnt wie ein gewöhnlicher Sommertag: warmes Licht, salzige Haut, Lachen in der Luft. Kinder rennen am Wasser, Gläser klirren, alles wirkt leicht. Frieden fühlt sich selbstverständlich an. Dann hebst du den Blick zum Horizont. Kriegsschiffe. Dunkle, lautlose Linien im Blau. Sie bewegen sich kaum und doch verändert sich alles. Eltern rufen ihre Kinder näher. Hände greifen nach Händen. Handys werden gezückt, als müsste man festhalten, was man nicht begreifen will. Niemand schreit. Gerade das macht es schwer: diese drückende Stille, die sich über den Ort legt. CONTRASTO ist der Moment, in dem Freude und Frieden noch da sind, aber nicht mehr unschuldig. Ein Lied über das leise Kippen der Welt, über Nähe, die plötzlich Schutz bedeutet, und über den Blick, der nicht mehr zurück kann. Am Ende bleibt das Meer dasselbe. Doch in uns ist etwas verschoben.
Sulla strada...
Ho visto spesso lei nella vita di ogni giorno: un cenno leggero, un volto buono, né amica né estranea. Poi, all’improvviso, è sparita. La strada era la stessa, ma il silenzio più profondo, e il mondo ha continuato come se nulla fosse. Lì c’era un container grigio, sul bordo della strada, pieno di ciò che un tempo era “tutto”: foto senza nomi, album aperti, mobili stanchi, anni chiusi nei cassetti. Un’intera vita lasciata in cose che nessuno viene più a cercare. Che cosa resta, quando il mattino non ha più un nome da chiamare? Più tardi se ne parlò, come sempre troppo tardi: del marito che si è spento lentamente, e del figlio perso negli anni Novanta, in un incidente. La casa è rimasta vuota, il peso è rimasto. Lei lo portava in silenzio, senza lamentarsi, camminando piano perché nessuno lo sentisse. Nessuno vedeva quanto teneva dentro, perché sorrideva.
Sono passato con un nodo in gola, come se per un attimo il tempo si fermasse. Non resta ciò che butti, né ciò che puoi contare. Resta lo sguardo, quando ti fermi e guardi.
Come sarà il futuro? Che cosa resterà di me e del mio amore…?
Ich sah sie oft im Alltag: ein leichtes Nicken, ein gutes Gesicht, nicht Freundin, nicht Fremde. Dann fehlte sie plötzlich. Die Straße blieb dieselbe, doch die Stille wurde tiefer, und die Welt ging weiter, als wäre nichts geschehen. Da stand ein grauer Container am Rand der Straße, gefüllt mit dem, was einmal „alles“ gewesen war: Fotos ohne Namen, aufgeschlagene Alben, müde Möbel, Jahre in Schubladen. Ein ganzes Leben, zurückgelassen in Dingen, die niemand mehr sucht. Was bleibt, wenn der Morgen keinen Namen mehr hat, den er rufen kann? Später sprach man darüber, wie immer zu spät: vom Mann, der langsam erlosch, und vom Sohn, der in den Neunzigern bei einem Unfall verloren ging. Das Haus wurde leer, die Last blieb. Sie trug sie still, ohne zu klagen, ging leise, damit niemand sie spürte. Niemand sah, wie viel sie in sich hielt, weil sie lächelte. Ich ging vorbei mit einem Knoten im Hals, als hielte die Zeit für einen Moment an. Nicht das bleibt, was man wegwirft oder zählen kann. Es bleibt der Blick, wenn man stehen bleibt und hinsieht.
Wie wird die Zukunft? Was bleibt von mir und meiner Liebe…?
È un'altra ragione
Marco è fermo sul bordo della strada. La vecchia Fiat tace, il motore è freddo. All’ombra del grande ulivo il cane è disteso, tranquillo, come se sapesse che questo momento non va disturbato. Erba secca, opuntie, polvere. Sud Italia. Nessun rumore. Nessuna meta. Marco prende appunti. Non per ambizione. Non per vanità. Ma perché è adesso. Adesso deve nascere questa canzone. Non più tardi. Non un giorno qualunque. Adesso. L’amore per sua moglie Lia brucia dentro di lui. Silenzioso, profondo, senza grandi gesti. Un amore semplice, che non vuole scena, non vuole spiegazioni. Proprio per questo è forte. Regge. Resta. Spinge. Il futuro deve saperlo. Non per impressionare, ma per ricordare. Perché si sappia che è possibile. Che l’amore non svanisce solo perché si continua a camminare. Che si può amare per sempre, se si ha il coraggio di fissarlo. Amare per sempre? Sì. Sì. E ancora sì. Lia ci sorriderebbe. Forse farebbe un gesto per minimizzare. Lei non ha bisogno di parole. Ma Marco scrive. Perché qualcuno deve scrivere, quando qualcosa deve restare. Perché non ogni amore è rumoroso, ma ogni amore vero lascia una traccia. Non scrive contro il tempo. Scrive dentro il tempo.
Marco sitzt am Straßenrand. Der alte Fiat schweigt, der Motor ist kalt. Im Schatten des Olivenbaums liegt der Hund, ruhig, als würde er wissen, dass man diesen Moment nicht stören darf. Getrocknetes Gras, Opuntien, Staub. Süditalien. Kein Lärm. Kein Ziel. Marco macht sich Notizen. Nicht aus Ehrgeiz. Nicht aus Eitelkeit. Sondern weil es jetzt ist. Jetzt muss dieses Lied geschrieben werden. Nicht später. Nicht irgendwann. Jetzt. Die Liebe zu seiner Frau Lia brennt in ihm. Still, tief, ohne große Gesten. Eine bescheidene Liebe, die kein Aufheben will, keine Bühne, keine Erklärungen. Aber gerade deshalb ist sie stark. Sie hält. Sie bleibt. Sie drängt. Die Zukunft muss davon erfahren. Nicht um zu beeindrucken, sondern um zu erinnern. Damit man weiß, dass es möglich ist. Dass Liebe nicht vergeht, wenn man weitergeht. Dass man ewig lieben kann, wenn man den Mut hat, es festzuhalten. Ewig diese Liebe? Ja. Ja. Und nochmals ja. Lia würde darüber lächeln. Vielleicht abwinken. Sie braucht keine Worte dafür. Aber Marco schreibt. Weil jemand schreiben muss, wenn etwas bleiben soll. Weil nicht jede Liebe laut ist, aber jede wahre Liebe eine Spur hinterlässt. Er schreibt nicht gegen die Zeit. Er schreibt in sie hinein.
Scarabeo
A mezzogiorno, al mercato. La gente si china su un tavolo piccolo, lettere di legno, mani che esitano. Ognuno vuole vincere, ma quasi nessuno si accorge che qui si gioca più di un gioco. Tra le voci, i passi e l’odore del caffè, sul tavolo resta qualcosa di aperto. Uno specchio. Scarabeo è un gioco dove si posano parole. Ed è proprio lì che sta la sua verità: una volta messe, restano. Non le riprendi, non le cancelli, non le rimetti a posto. Il tabellone si riempie e lo spazio si stringe. Come il tempo. All’inizio c’è posto. Come quando sei giovane. Ogni possibilità sembra aperta, ogni scelta leggera. Ma parola dopo parola il campo cambia. Nel gioco, sì, ma anche nella vita. Le parole non sono decorazione. Sono azioni. Costruiscono, feriscono, legano, dividono. E non tornano indietro. In un bar, a un tavolo qualsiasi, qualcuno guarda. Una donna stringe la borsa. Un uomo anziano conta piano. Un ragazzo ride, perché non sa ancora quanto può pesare una parola. Ognuno si riconosce da qualche parte, senza dirlo. Perché il gioco non spiega. Mostra. Con gli anni lo spazio diventa poco. Molte parole sono già state dette. Alcune le vorresti posare in modo diverso. Ma il tabellone non dimentica. Ricorda. E proprio lì nasce la domanda che resta quando il rumore cala e il gioco rallenta: lo rifaresti, nello stesso modo? Scarabeo non è una canzone sul vincere o sul perdere. È una canzone sulla responsabilità. Sulle scelte che iniziano piano e restano a lungo. Sulle parole che valgono come gesti. Su una vita che non si riscrive, si guarda. Alla fine il tavolo rimane fermo. Le mani sono stanche. Le parole restano. Scarabeo. Come uno specchio sul tavolo.
Mittags am Markt. Menschen beugen sich über ein kleines Brett, Buchstaben aus Holz, Hände, die zögern. Jeder will gewinnen, doch niemand merkt, dass hier mehr gespielt wird als ein Spiel. Zwischen Stimmen, Schritten und Kaffeeduft liegt etwas Offenes auf dem Tisch. Ein Spiegel. Scarabeo ist ein Spiel, bei dem man Wörter legt. Und genau darin liegt seine Wahrheit: Einmal gelegt, bleiben sie. Man kann sie nicht zurücknehmen, nicht ausradieren, nicht neu sortieren. Das Brett füllt sich, der Raum wird enger. So wie die Zeit. Am Anfang ist Platz. Wie in jungen Jahren. Jede Möglichkeit scheint offen, jede Entscheidung leicht. Doch mit jedem Wort, das gelegt wird, verändert sich das Feld. Nicht nur im Spiel, auch im Leben. Worte sind keine Dekoration. Sie sind Handlungen. Sie bauen, sie verletzen, sie binden, sie trennen. Und sie kehren nicht zurück. In einem Café, an einem kleinen Tisch, schaut jemand zu. Eine Frau hält ihre Tasche fest. Ein alter Mann zählt leise. Ein Junge lacht, weil er noch nicht weiß, wie schwer ein Wort sein kann. Jeder erkennt sich irgendwo wieder, ohne dass es jemand ausspricht. Denn das Spiel erklärt nichts. Es zeigt nur. Mit den Jahren wird der Platz knapper. Viele Wörter sind schon gesagt. Manche hätte man gern anders gelegt. Doch das Brett verzeiht nicht. Es erinnert. Und genau dort entsteht die Frage, die bleibt, wenn das Spiel langsam endet und das Geräusch verstummt: Würdest du es noch einmal genauso machen? Scarabeo ist kein Lied über Gewinnen oder Verlieren. Es ist ein Lied über Verantwortung. Über Entscheidungen, die leise beginnen und lange nachhallen. Über Worte, die wie Taten wirken. Über ein Leben, das sich nicht neu schreiben lässt, sondern nur lesen. Am Ende liegt das Brett still da. Die Hände sind müde. Die Wörter bleiben.
Scarabeo. Wie ein Spiegel auf dem Tisch.
Perché sono solo?
PERCHÉ SONO SOLO? racconta un viaggio che doveva essere libertà e invece pesa come una ferita silenziosa. Lui è partito perché lo voleva davvero. E lei lo ha lasciato andare per amore, senza trattenerlo. Proprio lì nasce il dolore: ottiene il suo desiderio, ma perde la presenza che lo rendeva intero. Dentro di lui convivono luce e buio, nostalgia e libertà. Non come una guerra, ma come un continuo mancarsi. Ogni passo avanti apre spazio, ma scava anche un vuoto. La domanda non esplode: sussurra. Perché dovevo partire? Perché sono solo? Perché mi tormenta ciò che ho scelto io? Il ritornello stringe tutto in una sola frase, come un mantra: “PARTIRE, CAPIRE, SENTIRE… E PERDERTI.” Sax, basso e chitarra distorta portano questo dolore quieto: grande nel suono, intimo nel cuore.
PERCHÉ SONO SOLO? erzählt von einer Reise, die eigentlich Freiheit sein sollte, aber sich wie ein stilles Gewicht anfühlt. Er ist gegangen, weil er es wollte. Und sie hat ihn gehen lassen, weil sie ihn liebt. Genau darin liegt der Schmerz: Er bekommt seinen Wunsch, doch verliert die Nähe, die ihn ganz gemacht hat. Im Song treffen zwei Zustände in ihm aufeinander: Licht und Dunkelheit, Sehnsucht und Freiheit. Nicht als Kampf, sondern als gegenseitiges Vermissen. Jeder Schritt nach vorn öffnet den Raum, aber schneidet zugleich eine Lücke in sein Inneres. Er fragt nicht dramatisch, sondern leise, fast flüsternd: Warum musste ich los? Warum bin ich allein? Warum quält mich das, was ich selbst gewählt habe? Der Refrain verdichtet alles in eine einzige Zeile, die wie ein Mantra zurückkehrt: „PARTIRE, CAPIRE, SENTIRE… E PERDERTI.“ Gehen, verstehen, fühlen… und dich verlieren. Saxophon, Bass und verzerrte Gitarre tragen dieses stille Leiden wie eine dunkle Brandung: groß im Klang, aber intim im Herz.
Universo! (Blues Versione Notturna)
Universo è una canzone sul dubbio che non spezza, ma sostiene. Non è il dubbio sull’amore dell’altro, è il dubbio sul proprio diritto a riceverlo. Un uomo ama, ma si conosce abbastanza da non credere subito che quel sentimento sia davvero “per lui”. Non mette in discussione l’amore. Mette in discussione se stesso. La scena è notturna. Un parcheggio, asfalto silenzioso, e sopra un universo così limpido da sembrare senza segreti. Un Oldsmobile cabrio aperto aspetta come un frammento di strada antica, quando la musica sapeva di polvere, chilometri e verità. Al volante c’è Isaak Nightwolf Jr., una leggenda del blues. Uno che ha più notti che giorni nelle ossa. Il sigaro brucia piano, il fumo sale e si perde tra le stelle. Isaak parla poco. Non ne ha bisogno. La sua presenza basta: non per salvare, ma per tenere insieme. È la prova che si può andare avanti anche con le cicatrici.
Marco è fuori dall’auto, accanto alla portiera. La pausa è sua. Guarda l’universo come se lassù ci fosse una risposta. E c’è: una stella più luminosa delle altre. Ferma. Ostinata. Non chiama, non ordina. Semplicemente resta. Forse è il suo mio astro. Forse è un nome che non si dice ad alta voce. Forse LIA. Il movimento nella canzone non è fuga. È ciò che il blues conosce bene: fermarsi, respirare, poi ripartire. Passo dopo passo, senza promesse. Con una sola decisione: non spegnere il motore. Qui l’universo non è un dio e non è un giudice. È lo spazio sopra ogni dubbio. Un luogo in cui l’amore può avere senso, anche quando non lo si capisce fino in fondo.
Mio astro parla di fiducia senza garanzia. Dell’amore come scelta quotidiana. E di quel momento in cui basta stare vicino a una leggenda, per ricordarsi che non è troppo tardi. Si è ancora in viaggio.
UNIVERSO ist ein Lied über Zweifel, der nicht zerbricht, sondern trägt. Nicht der Zweifel an der Liebe, sondern der Zweifel an der eigenen Berechtigung. Ein Mann liebt, aber kennt sich selbst gut genug, um nicht sofort zu glauben, dass dieses Gefühl wirklich für ihn gedacht ist. Er stellt die Liebe nicht infrage. Er stellt sich selbst infrage. Die Szene gehört der Nacht. Ein Parkplatz, stiller Asphalt, darüber ein Universum so klar, als hätte der Himmel beschlossen, nichts zu verbergen. Ein offenes Oldsmobile-Cabrio steht da wie ein Relikt aus einer Zeit, in der Musik noch Staub, Straße und Wahrheit war. Am Steuer sitzt Isaak Nightwolf Jr., eine Blues-Legende. Einer, der mehr Nächte als Tage kennt. Die Zigarre glimmt ruhig, der Rauch steigt langsam auf und verliert sich zwischen den Sternen. Isaak redet nicht viel. Er muss es nicht. Seine Präsenz allein hält die Dinge zusammen. Kein Retter, kein Lehrer. Eher der Beweis, dass man mit Narben weiterfahren kann. Marco steht neben dem Wagen. Die Pause gehört ihm. Er schaut ins Universum, als läge dort oben eine Antwort. Und vielleicht ist sie da: ein Stern, heller als die anderen. Still. Beständig. Kein Ruf, kein Befehl. Nur Licht. Vielleicht ist es sein mio astro. Vielleicht ein Name, den man nicht laut sagt. Vielleicht LIA. Die Bewegung im Lied ist keine Flucht. Es ist das, was der Blues kennt: stehen bleiben, atmen, dann weiterrollen. Schritt für Schritt, ohne Versprechen. Mit der Entscheidung, den Motor nicht abzustellen. Das Universum ist hier kein Gott und kein Richter. Es ist der Raum über allem Zweifel. Ein Ort, in dem Liebe Sinn haben darf, auch wenn man sie noch nicht vollständig versteht. UNIVERSO / MIO ASTRO handelt von Vertrauen ohne Garantie. Von Liebe als täglicher Entscheidung. Und davon, dass es manchmal reicht, neben einer Legende zu stehen, die einem wortlos zeigt: Du bist nicht zu spät. Du bist noch unterwegs.
La felicità fa paura!
(Blues Versione Notturna)
“LA FELICITÀ FA PAURA” racconta una felicità semplice e preziosa: per esempio poter fare la spesa al mercato senza dover contare ogni centesimo. Il pane nel sacchetto, l’espresso bevuto in piedi, quel sorriso lieve perché lo sai: stasera si cucina, la famiglia si siede insieme, c’è buon cibo e ci sono quelle conversazioni che nascono solo quando nessuno deve lottare. Eppure, proprio in quel calore cade un pensiero come una goccia fredda: e se un giorno cambiasse tutto? E se ciò che sembra ovvio smettesse di esserlo? Se il mercato, l’abbondanza, la leggerezza, quel “oggi cuciniamo qualcosa di bello” diventassero all’improvviso fragili?
Il brano è gratitudine a cuore aperto, con lo sguardo in lontananza: non per trattenere la felicità, ma per vederla davvero finché c’è. E per capire che, a volte, la felicità fa paura perché si sente quanto la si ama.
„LA FELICITÀ FA PAURA“ erzählt von einem ganz einfachen, kostbaren Glück: wie zum Beispiel auf dem Markt einkaufen zu können, ohne auf jeden Cent achten zu müssen. Das Brot in der Tüte, der Espresso im Stehen, das leise Lächeln, weil man weiß: Heute Abend wird gekocht, die Familie sitzt zusammen, es gibt gutes Essen und diese Gespräche, die nur entstehen, wenn niemand kämpfen muss. Doch genau in diese Wärme fällt ein Gedanke wie ein kühler Tropfen: Was, wenn sich das einmal ändern sollte? Was, wenn das Selbstverständliche nicht mehr selbstverständlich ist? Wenn der Markt, die Fülle, die Leichtigkeit, dieses „Wir kochen heute etwas Schönes“ plötzlich brüchig werden? Der Song ist Dankbarkeit mit offenem Herzen und einem Blick in die Ferne: nicht um das Glück festzuhalten, sondern um es wirklich zu sehen, solange es da ist. Und um zu begreifen: Manchmal macht Glück Angst, weil man spürt, wie viel man daran liebt.